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Comunicato Stampa "Appunti dal Blu"

Scritto da Francesco Renna. Posted in News/Comunicati

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Comunicato Stampa di “APPUNTI DAL BLU” di Vincenzo Compierchio PREMESSA. Ciò che più colpisce di “Appunti dal Blu”, album d’esordio di Francesco Renna, è la grande eterogeneità di generi in esso contenuti. La capacità di transitare, con audace disinvoltura, dal Folk al Rock, dal Blues al Funky, dallo Swing alla Bossa nova, dal Pop al cantautorato dylaniano, presuppone un bagaglio culturale notevole per un giovane di soli 24 anni. Così come la qualità dei testi e l’accuratezza degli arrangiamenti rivelano un’ottima maturità artistica e una fervente creatività, oltre che un perfezionismo ai limiti del maniacale. Il risultato è tutto in una tracklist composta da ben 14 canzoni (11 più 3 bonus tracks) frutto di anni di impegno e sacrifici. Un lavoro meticoloso e appassionato che vale la pena analizzare nel dettaglio. LA NOTTE CHIARA. Ritmica blues, fisarmonica zydeco e sonorità allegramente country, la prima traccia anticipa subito quella che sarà una delle tematiche dominanti e ispiratrici dell’intero album: l’amore. Amore inteso in senso lato e in tutte le sue declinazioni e sfaccettature: amore per una donna, amore per la vita, amore per un luogo, per un’idea, per un ricordo. Amore struggente e inafferrabile, incantatore e illusorio, limpido e controverso. Nel caso specifico, per fortuna, si racconta l’amore che nasce. O meglio, gli attimi immediatamente successivi alla sua realizzazione fisica ed emozionale, assaporati lentamente durante il ritorno notturno verso casa. E’ un amore che altera, accende e trascende la percezione cinestetica e visiva della realtà, elevandola a una dimensione superiore ed estremamente sensuale. Così il protagonista solitario, passo dopo passo, ritrova e accarezza ancora una volta le labbra della sua lei (il “muschio soffice”), osservando ammaliato le goccioline di sudore che ne rigano la pelle (le “foglie umide”). Tutto, questa notte, acquisisce valore e vita: i pini non sono scossi dal vento, ma giocano con le stelle. Lo stesso ossimoro contenuto nel titolo, “Notte Chiara”, rende bene l’idea del dinamismo vitale che illumina tutto l’ambiente circostante. Il finale è accompagnato da alcune voci di sottofondo che sembrano stridere con la trama scenica e tematica della canzone, ma che in realtà fungono da semplice anello di congiunzione con la traccia successiva. SE UNA NOTTE SE UNA SERA. Costruita su un’incalzante serie di periodi ipotetici, a loro volta scanditi dal rincorrersi di rime frenetiche e cadenzate, “Se Una Notte Se Una Sera” è, a dispetto delle apparenze, la traccia più complessa ed elaborata dell’intero album. I cambi di marcia tematici e strutturali che ne caratterizzano ogni strofa fanno pensare che sia stata scritta in momenti e stati d’animo completamente diversi; il che infonde in questo brano, dalla ritmica vagamente dixieland, un senso di discontinuità emozionale in parte presente anche nei lavori successivi. Ma entriamo subito nei dettagli: Prima strofa. A un attento ascolto della prima strofa, per altro liberamente ispirata al romanzo di Calvino “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, ci si rende subito conto di come tutti i soggetti in essa citati siano volutamente interconnessi e, le loro azioni, perfettamente interscambiabili. In questo senso, alcuni riferimenti (come “lettore” e “scrittore”; “cercasse” e “cercatore”) sono logici e palesi; altri sono invece affidati al pensiero subconscio dell’ascoltatore, il quale può facilmente collegare la “nebbia” ad una “notte d’inverno”; il “raffreddore” ad una determinata “stagione”; e la “sospensione” alla naturale condizione di un “aviatore”. Allo stesso modo, anche il lettore può cercare “parole in dissoluzione”; lo scrittore “cantare, scrivere, parlare d'amore”; e il viaggiatore “chiudere gli occhi, spegnere il motore”. Un intreccio ideale e idilliaco, in netto contrasto con quella che sarà la strofa immediatamente successiva. Seconda strofa. Ecco il primo cambio di marcia. Nella seconda strofa, infatti, non c’è più spazio per viaggiatori e lettori, scrittori e aviatori. L’intreccio ideale e idilliaco di cui parlavamo prima, ormai non esiste più. Al suo posto, viene raccontata la solitudine di chi, per una ragione o per l’altra, si ritrova a vivere in una condizione di disagio, di sofferenza, di emarginazione. L’amante abbandonato e ferito che affonda il suo dolore in una scatola di biscotti . L’alcolista che si stordisce la mente per non affrontare la dura realtà. Il penitente isolato e tormentato dai sensi di colpa. Terza strofa. Dopo aver cantato di lettori e aviatori, bevitori e peccatori, nella strofa finale della canzone l’autore ha un ultimo personaggio da raccontare: se stesso. Lo fa trasmettendo un messaggio chiaro e perfettamente contenuto in un ritornello swing del quale, fino a questo momento, non si era ancora capita l’attinenza: “La vita è reale, è un gioco banale, ma non puoi scartare l’inconveniente d’amare … Tu che vivi per non morire”. Un messaggio di speranza, dunque, dedicato a coloro che ogni giorno vivono “per non morire”, per restare a galla. Perché nella banale quotidianità della nostra vita, prima o poi, arriva “l’inconveniente” che può sconvolgerci, salvarci, aiutarci a risalire su: l’amore. E’ l’amore che ci fa vivere a “colori” e che ci apre nuove “porte” sul mondo. L’amore che rende bello tutto ciò che sfiora (“toccasse un metallo sentendo un fiore” ) e che ci permette di guardare le cose da una prospettiva diversa (“scambiasse la nebbia per confusione”). E’ il “mare dell’incomprensione” nel quale non possiamo fare a meno di buttarci, di lasciarci andare; senza freni e senza controllo. Esattamente come l’aviatore che “chiude gli occhi” e “spegne il motore”. TRA PASSATO E FUTURO. E’ il tintinnio del Glockenspiel (letteralmente “suono delle campane”) a introdurre e condurre questa ballata pop intrisa di malinconia, nostalgia e un pizzico di angoscia. Malinconia per le occasioni mancate e mai più ritrovate (efficacemente raffigurate dalla marcia dei cani che, attimo dopo attimo, “passano davanti” per non tornare). Nostalgia di quegli occhi da bambino che ancora riuscivano a guardare il mondo con ingenua e sincera curiosità (“un attimo fa avevo cinque anni / mia madre, sul balcone, che stendeva panni”). Angoscia, infine, per un “passato non passato” che torna prepotentemente a chiedere il conto, facendo irruzione nel presente e annientando ogni visione del futuro. Nel ritornello della canzone, l’autore rivolge un vero e proprio appello a un amore lontano e ormai vivo soltanto nei suoi ricordi. Una richiesta di aiuto disperata e, al tempo stesso, consapevolmente rinunciataria: egli, infatti, non supplica l’amore perduto di ritornare, ma di spiegargli come resistere alla sua stessa assenza; come “tenere duro”, come “mantenere un impegno”. Impegno che, alla fine, riuscirà a portare a termine; segno di come anche questa traccia sia stata scritta in fasi e circostanze emotive diametralmente opposte tra di loro. INGRANAGGI. Dopo il dolceamaro dei tre brani precedenti, l’atmosfera si tinge di funky con questo pezzo dalle sonorità briose e accattivanti. L’acida schitarrata introduttiva, in evidenza per tutto il resto della canzone, precede un testo apparentemente sprovvisto di senso logico. In realtà, come spiegato dallo stesso autore, esso è ispirato a un curioso scambio epistolare avvenuto tra l’allora scolaro Francesco Renna e il suo professore di Filosofia, accusato dall’alunno di aver fallito la sua missione educativa, anche a causa degli sbalzi umorali e degli “stati di follia pura” liberamente esternati durante le sue lezioni. La lettera di risposta del professore è spiazzante e inaspettatamente accondiscendente: essa rivela, sia nella forma (si pensi al perenne uso del “Lei”) che nel contenuto, un forte rispetto per quell’alunno svogliato ma schietto al tempo stesso. Entrambi, in fondo, sono legati da un filo simbiotico fatto di audace follia e ingranaggi mentali irregolari. Perché, parafrasando un passaggio della missiva, “chi pensa di far riflettere un folle non può che esserlo a sua volta”. Da qui, l’invito del professore ad andare a leggere una scritta (per altro tuttora esistente) impressa su di un muro di Avellino, la città dove entrambi abitano: “Distruggi la simmetria degli ingranaggi”. Un appello a non temere la follia, ma a canalizzarla e a farne parte integrante della propria identità. BICICLETTE AL PASSEGGIO. In netto contrasto con il ritmo frenetico e i riff distorti del pezzo precedente, sono i cinguettii degli uccellini e i suoni delle campane di chiesa ad annunciare l’inizio della quinta traccia dell’album. Accompagnandosi con chitarra acustica e armonica a bocca, come nella migliore tradizione dylaniana, il cantautore rende un omaggio alla città che lo ha ospitato per alcuni anni della sua vita: Bologna. Il tutto, ancora una volta, attraverso uno stile dolceamaro che sa di addio. Come se ormai le “biciclette al passeggio”, “l’amore che odora di fiori di maggio”, “gli amici nelle sere felici”, rappresentassero solo un ricordo, un’immagine da custodire per sempre dentro le note di una canzone. IN UN SOLO ISTANTE. E’ il primo e unico pezzo a sfondo apertamente sociale dell’album. Un pop/rock pacifista, spietatamente struggente e diretto nella sua raffigurazione narrativa (“dimmi a chi appartiene quel cannone dal frastuono feroce / dimmi di chi è quel coltello rovente che strozza la voce”). E’ una denuncia alle efferatezze e alle tragedie consumate nelle zone di guerra, ma anche un tentativo dell’autore di umanizzarne le vittime, di mettercele davanti, di farcele sentire come noi. E lo fa evocando l’elemento che più ci accomuna universalmente, a dispetto di ogni patria, lingua e pigmentazione della pelle: l’amore per un figlio (“quando un missile parte e infrange il cielo/ pensa prima a tuo figlio per sottrarlo alla morte / immagina la sua vita e quando lui diverrà più grande / e tutto ciò che si consuma in un solo istante”). Per poi evidenziarne le ingiuste e drammatiche diversità (“c’è chi pensa che una frase possa cambiare la storia / ma c’è chi non sopravvive / c’è chi si diverte a soffrire”) . Il pezzo termina con una sorta di apologia all’obiezione di coscienza, all’amore incondizionato tra popoli e individui (“e tu, soldato in guerra che difendi strenuamente la tua Terra: guarda in faccia il tuo nemico, dai un bacio sul suo viso”). Un appello nobile, ma dal retrogusto amaramente utopico. 31ESIMO GIORNO DI PRIMAVERA. Stacco strumentale eseguito con chitarra e armonica a bocca, quasi a voler infondere nell’ascoltatore un momento di pace e tranquillità non concesso con la traccia precedente. STELLE BUGIARDE. Secondo e ultimo pezzo funky del disco, con qualche accenno di rock/blues e arrangiamenti curatissimi, sostenuti da un grande organo hammond. E’ una canzone di difficile interpretazione, col ritorno di simbolismi già ascoltati come quello del cane che, in questo caso, indossa le vesti di “coscienza”. Quella di chi, troppo spesso, evoca e prende come pretesto i propri sogni per non affrontare le inquietudini della vita reale (“ma i sogni a volte svelano sottili bugie / è come se non bastan le paure”). Inquietudini e paure perfettamente rappresentate dalla traccia strumentale seguente. DEUS EX MACHINA. Inizialmente fu scritta per la colonna sonora di un omonimo cortometraggio, mai più realizzato. E’ un pezzo decisamente angoscioso, quasi psichedelico. E proprio per questo, risulta anche essere la naturale introduzione alla canzone successiva. CUOR DI MELA. Leggenda narra che questo pezzo sia stato concepito durante una consumazione serale dei famosi biscotti della Mulino Bianco: i Cuor di Mela, appunto. Teoria poi confermata, in più occasioni, dallo stesso autore. Sonorità marcatamente pop/rock, condite da un accenno di psichedelica in linea con la sua strumentale introduttiva, anche qui, come in “Stelle Bugiarde”, torna un personaggio già citato in un brano precedente: “l’amatore” che mangia “biscotti per disperazione” di “Se Una Notte Se Una Sera”. Così come riappare il travaglio interiore del “fuoco che non vuole più bruciare” già ascoltato in “Tra Passato e Futuro” (“ho bisogno di una sua carezza / di un suo bacio per colmare la freddezza che provo dentro”). Alle sensazioni di estrema solitudine e di buio spirituale, rese ancora più evidenti dalla tetra descrizione dell’ambiente circostante (“è ormai sera / l’aria si fa nera / una luce fioca riempie l’atmosfera”), l’autore/protagonista reagisce componendo e contemplando, nella sua mente, l’immagine di una donna che non esiste, ma che acquista man mano una forma sempre più realistica e definita. Tant’è che, dopo averne parlato in terza persona per quasi tutta la canzone (“e io spero che lei arrivi in fretta / il suo calore è una droga benedetta”), sul finale le si rivolge direttamente in seconda persona, spiegandole come sia l’unica, in quanto donna, che possa soddisfare la sua fame di dolcezza, calore e comprensione (“il tuo cuore riuscirà a capire ciò che gli altri non sanno spiegare / la tua illusione mi farà apparire il tuo sapore dolce e sensuale”). Nella visione dell’autore, la donna è dunque il giusto antidoto alla solitudine intrinseca nell’animo umano; uno straordinario veicolo di pace e di comprensione profonda; l’unica speranza di salvezza dell’uomo da se stesso. SPECCHIO. La chiusura dell’album, prima delle tre bonus tracks, è affidata a questa ipnotica ballata folk dal ritornello vagamente british; ottenuto grazie a un coro di cinque voci (tutte di Francesco Renna), ognuna modulata in maniera differente. Se il testo ha un senso, esso rimane ben custodito nella testa di Matteo Rizzuto, l’autore originario della canzone. Inattesa e gradevole la “sorpresa” finale, di cui potranno godere soltanto gli ascoltatori più pazienti.

OTTOBRE ‘07 – MAGIA – ARIA DI SAMBA. Registrate in presa diretta con i Nuits D’Octobre, le bonus tracks dell’album - “Ottobre ‘07”, “Magia” e “Aria di Samba” - nascono dal felice connubio tra i generi Folk e Bossa nova. Mix definito, dallo stesso autore, “Folkbossa”. Sono pezzi dall’intensità emotiva e dalla potenza scenica notevoli. Da immaginare, più che da ascoltare. Il delicato fondersi e confondersi della chitarra di Francesco Renna, del pianoforte di Luigi Di Gennaro, del contrabbasso di Giovanni Montesano e della batteria di Julian Iuliano, trasportano subito l’ascoltatore in una dimensione rimasta, fino a questo momento, ancora inedita e inesplorata. Una dimensione fatta di suoni marini, visioni paesaggistiche, brividi inattesi e dolceamara malinconia. In certi punti, come nella parte iniziale di Ottobre ‘07, il flusso sonoro della canzone pare quasi adagiarsi sul fluido distendersi e ritirarsi delle onde; sul “lento scivolare del mare” . Proprio la scelta del mare come elemento comune ricorrente, non è di certo casuale; ma trova il suo perché nell’assonanza dello stesso con il nome della persona a cui i tre brani sono dedicati. Essi testimoniano, infatti, la storia d’amore dell’autore con questa ragazza misteriosa, seguendone tutte le fasi evolutive e involutive: inizio (“Magia”), crisi (“Ottobre ‘07”), fine (“Aria di Samba”). Al contrario di quanto ci si aspetterebbe, tali fasi non sono disposte in ordine temporale nella tracklist, ma inserite con la stessa irrazionalità dei ricordi che, confusamente, balzano alla mente per scorrere senza controllo. Come già accaduto in “Cuor di Mela”, anche qui l’autore sintonizza l’ambiente circostante con i mutamenti dei propri stati d’animo. Se in “Magia” splende il “sole”, con il “cielo rosso” e “poche nuvole”, in Ottobre ‘07 il cielo si copre, il sole è quasi tramontato e le “foglie” d’autunno giacciono sui “sentieri sparsi”. Allo stesso modo, se nelle prime due tracce si ha la chiara visione del mare, in “Aria di Samba” di esso non rimane che un ricordo sfuocato, nostalgicamente rappresentato dalle “rondini lontane” e dalle “conchiglie blu”. In “Magia”, un amore “è fatto di sospiri, di sussurri e di lente parole, piacevoli da sentire e da dire”; in “Ottobre ‘07”, lo stesso amore “illude e nasconde l’odio”, con i suoi “sapori dolceamari, sempre uguali” e gli “abbracci sfiorati, mancati, illusi”; mentre in “Aria di Samba” esso scompare del tutto, lasciando spazio al dolore di “quelle parole dritte al petto come pugnali a sangue freddo”.